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Il diaframma è l’anima del respiro



Perché negli anni perdiamo la spontaneità della respirazione diaframmatica?

Forse non ci è mai capitato di riflettere sul fatto che quando respiriamo i polmoni in realtà sono "passivi".


Partendo dall’alto possiamo osservare che già i muscoli del collo e della parte alta del busto aiutano la respirazione ma se si respira solo con questi la quantità di aria che entra nei polmoni è minima.

La stessa cosa vale per i muscoli intercostali. Sebbene questi consentano l’entrata di una maggiore quantità d’aria rispetto ai precedenti, non sono sufficienti per far sì che i polmoni lavorino al meglio. Quando si utilizzano principalmente questi muscoli per respirare, gli atti respiratori saranno di ampiezza minima e veloci e attiveranno il sistema simpatico che causa a sua volta stati di tensione emotiva costante.

La respirazione corretta, in uno stato di non emergenza, deve essere invece profonda e lenta e il muscolo principale che ci permette di respirare a fondo è il diaframma.

Il diaframma è il protagonista principale di una corretta respirazione. Utilizzandolo in maniera naturale, torniamo a respirare come alla nascita, coinvolgendo la parte addominale, la parte toracica e la parte clavicolare, non solo le ultime due.


Nella respirazione completa, iniziamo a inspirare e vediamo gonfiarsi per primo l’addome, poi il respiro sale verso l’alto, coinvolgendo in sequenza la parte toracica e per finire quella clavicolare. Quando espiriamo procediamo in senso inverso dall’alto verso il basso, vedendo rientrare per ultimo l’addome.


In questo modo il respiro si allunga, il corpo riceve una quantità maggiore di ossigeno, i polmoni lavorano a pieno e non si creano blocchi.


Quindi, ricapitolando, i muscoli coinvolti nella respirazione corretta sono: il diaframma, che forma una sorta di cupola che separa il torace dall'addome; i muscoli intercostali; i muscoli toracici (sternocleidomastoideo, pettorali, grande dentato) e i muscoli addominali.

Senza l’aiuto di questi gruppi muscolari accessori, i polmoni non possono espandersi e contrarsi per far entrare e uscire l’aria.

Cos’è il diaframma?

Il diaframma è un muscolo a forma di cupola che si trova a metà del busto e divide la cavità toracica da quella addominale. Si inserisce su sterno, coste e vertebre lombari e la sua forma a cupola è indotta dalla presenza degli organi addominali sottostanti che ricopre. La sua posizione non è perfettamente simmetrica perché nel lato destro viene spinto leggermente più in alto dal fegato.


Il suo movimento può essere visualizzato come quello di uno stantuffo che si abbassa durante l'inspirazione e si solleva durante l'espirazione. La capacità di escursione del diaframma è di circa 7-8 cm. Durante la respirazione a riposo, il suo movimento è di circa 1,5 cm, il che consente un'immissione di circa 0,5 litri di aria.


Nella respirazione profonda, quando cioè il diaframma si muove utilizzando a pieno la sua capacità di escursione, la quantità di aria "movimentata" arriva a circa 2,8 litri. Una bella differenza, direi!


Il diaframma, da solo, assicura il movimento respiratorio fondamentale. Nella respirazione di piccola ampiezza, è coadiuvato dai muscoli intercostali, mentre nella respirazione di grande ampiezza la sua azione è supportata dai muscoli toracici nell'inspirazione e dagli addominali nell'espirazione.


In genere si sottovaluta che il diaframma oltre ad avere la funzione principale di muscolo respiratorio, riveste anche un ruolo importantissimo nella circolazione sanguigna e nella digestione.


Durante le ventiquattrore, questo muscolo movimenta una quantità di sangue quattro volte superiore a quella del cuore. La sua dinamica concorre alla rimozione delle stasi circolatorie nella cavità addominale, nel piccolo bacino (pelvi) e negli arti inferiori.


Di fatto, alcuni disturbi di cattiva circolazione nelle gambe o di digestione lenta, senza peraltro presentare alcun difetto né a carico del cuore né a carico dell'apparato digerente, possono sovente essere dovuti a una scarsa mobilità diaframmatica.

Perché smettiamo di respirare come natura crea?


Visto che la respirazione è una funzione naturale, è legittimo chiedersi perché crescendo finiamo per respirare in modo superficiale.


La maggior parte delle persone respira utilizzando meno di un sesto della capacità respiratoria. È un po' come se facessimo funzionare la nostra auto a due cilindri anziché a quattro: ci stupiremmo delle sue ridotte prestazioni? Eppure, pretendiamo che il nostro insieme psicofisico sia sempre al meglio, nonostante la quantità minima di ossigeno fornita alle cellule e nonostante i messaggi di “finta allerta” inviati dal respiro corto e veloce.


Alla nascita il neonato respira correttamente in modo profondo. Nel tempo perde questo automatismo e arriva a una condizione respiratoria talmente contratta da essere considerata dagli yogi come uno stato paragonabile a quello di malattia.

Ma cosa succede dopo la nascita? Il neonato si ritrova a dover fare i conti con la realtà esterna. Non è più unito all'organismo della madre che gli fornisce immediatamente tutto ciò di cui ha bisogno. Si sente fisicamente separato da lei, e sperimenta dei tempi d’attesa prima di vedere soddisfatte tutte le sue esigenze. In questi momenti il neonato potrebbe provare due emozioni che potrebbero non abbandonarlo più per tutta la vita: l'incertezza (insicurezza) e la paura.


In misura maggiore o minore, a seconda delle nostre personali esperienze infantili, ogni volta che proviamo un senso di frustrazione per qualcosa, sperimentiamo nuovamente quelle antiche paure, che si riflettono nel corpo con contrazioni muscolari "di difesa".


Queste contrazioni, che possono diventare croniche, interessano principalmente i muscoli del tronco, ossia proprio quei muscoli accessori alla funzione respiratoria. Col passare degli anni, le spalle possono contrarsi sempre più, il dorso può irrigidirsi e la colonna vertebrale può perdere gran parte della sua mobilità. Il diaframma di conseguenza si “cristallizza” a compiere movimenti piccoli e veloci. Proprio il contrario di quello che servirebbe per ossigenare bene il corpo e mantenere la mente calma.

Per concludere


Riappropriamoci della respirazione lunga lenta e profonda e smobilitiamo il diaframma.


Rallentiamo e allunghiamo il respiro, ossigeniamo l’organismo e riusciremo anche a controllare meglio la mente. Il ritmo del respiro e lo stato mentale sono inseparabili. La mente segue il respiro e il corpo segue la mente.


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